Claudia Moatti: Sur la politique. Cinq grandes lecons romaines, Rom: École française de Rome 2025, 304 S., ISBN 978-2-7283-1849-0, EUR 18,00
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Il volume riunisce cinque conferenze tenute dall'Autrice nell'ottobre 2022 all' École française de Rome e si presenta come la summa del suo pensiero sul rapporto tra la mentalità romana e alcuni tra i principali concetti della cultura politica non solo di Roma antica, ma dell'intera tradizione occidentale; la precedente monografia su Res publica. Histoire romaine de la chose publique, Paris 2018 ne è il necessario presupposto.
L'Introduzione (9-24) vuole giustificare l'esigenza di continuare a studiare il nostro passato, e in particolare quello romano, contro la deriva anticlassicista della storiografia postcoloniale; la polemica è del tutto condivisibile, un po' meno il confronto tra alcuni intellettuali cristiani del tardoantico, che volevano escludere i classici pagani dai programmi educativi, e gli attuali storici che vorrebbero studiare il passato partendo dal presupposto che i colonizzati erano comunque i 'buoni' e i colonizzatori comunque i 'cattivi'; infatti nel cristianesimo tardoantico quelle posizioni estremiste rimasero di minoranza e non impedirono la formazione di una cultura ecclesiastica capace di apprezzare gli autori antichi e di salvarli attraverso l'età di mezzo: nulla a che vedere con l'arrogante intolleranza dei post-colonial studies. Una seconda polemica, che ci conduce più direttamente all'interno della cultura politica romana, si rivolge a Christian Meier e alla sua scuola, a cui l'Autrice rimprovera di identificare tale cultura con quella di matrice esclusivamente senatoria: l'intento è di contrapporvi una 'logopolitique', uno studio dei termini del linguaggio politico e della loro evoluzione, attraverso la quale si possa ricostruire anche l'evoluzione dei concetti stessi e di come i Romani li intesero nel corso della loro storia.
Il capitolo I (25-69) è dedicato al concetto di res publica. Qui l'Autrice distingue una concezione 'storica' e orizzontale da una 'teorica' e verticale: la prima sarebbe quella genuina, riconducibile alle origini della repubblica e alle secessioni plebee, la seconda sarebbe invece quella più recente, maturata all'interno dell'élite senatoria dalla crisi graccana in poi; alla virtuosa 'altéronomie', un termine coniato dall'Autrice, ma efficace per esprimere la prassi di trattative volte alla ricerca di un equilibrio tra nobiltà e plebe si sostituì la chiusura a qualsiasi novità e a qualsiasi dialettica con le altre componenti della società romana da parte degli optimates e questa fu la vera causa della crisi della Repubblica; le due suddette concezioni sarebbero rappresentate nel pensiero politico rispettivamente dal Sallustio delle Epistulae ad Caesarem e dal Cicerone dei grandi trattati De re publica e De legibus. Questa ricostruzione mi vede del tutto consenziente; in particolare l'utilizzo delle Epistulae sallustiane come testo di riferimento per la teoria politica popularis mi conforta che ormai i dubbi sulla loro autenticità sono confinati solo in ambito anglosassone e che Gelzer aveva ragione rispetto a Syme.
L'altro esito importante di questo capitolo è aver individuato nell'età augustea per impulso diretto del princeps il passaggio da una concezione 'storica' ad una 'astratta' dell'idea di res publica, che viene rappresentata per la prima volta come allegoria femminile nel 12 a. C., mentre poco prima, nel 19 a. C., compare la sigla SPQR: presso Augusto e poi per tutto il corso del principato Cicerone avrebbe così avuto la meglio su Sallustio. Un solo, ma significativo appunto: l'Autrice contrappone (51) la repubblica secolarizzata al principato sempre più religioso fino all'impero cristiano del tardoantico; in effetti in tutto il volume la repubblica romana appare priva di religione come fattore unificante della società e quindi in grado di interagire anche con la politica: questa omissione, forse dettata dall'ossessione tipicamente francese per la 'laïcité', suona strana per un popolo, che si riteneva il più pio di tutto il genere umano e il prescelto da Giove per governare il mondo.
Il capitolo II (71-114) è dedicato al concetto di seditio. Il termine fu adoperato in chiave politica a partire dall'età dei Gracchi e servì a giustificare il ricorso al senatus consultum ultimum, al quale i tribuni populares replicarono con la lex maiestatis promulgata da Saturnino nel 100 a.C.; nel corso del I secolo a.C. la dialettica fu tra legislazione penale e provvedimenti straordinari al di sopra della legge per contrastare le seditiones e salvaguardare la salus populi, un 'bene comune', che per gli ottimati coincideva sempre con il proprio. Le leggi augustee de maiestate e de vi da un lato si iscrivevano nella tradizione popularis di evitare misure extra legem, ma dall'altro facevano coincidere la salus populi con la stabilità del regime nel solco già tracciato da Cicerone (cfr. in particolare De legibus 3,8). Una sola, marginale osservazione: nel delineare la storia delle seditiones in urbe si assegna lo storico L. Ampelio al II secolo d. C. (86), ma è ormai prevalente la tendenza a spostarlo al IV secolo e quindi ad assegnarlo alla storiografia tardoantica.
Il capitolo III (115-164) è la continuazione del capitolo I e si occupa di definire il concetto di populus. A Roma il populus comprende patrizi e plebei (qui non vedo tra la definizione di Gaio, Institutiones 1,3 e quella di Ateio Capitone presso Aulo Gellio, Noctes Atticae 10,20,5 le differenze che sembra cogliere l'Autrice a 124); la sua attività si esercita nei comizi, che sono 'rappresentativi' del popolo qualunque ne sia la composizione e l'affluenza: perciò il populus è un'entità astratta a differenza del dêmos ateniese. Secondo Cicerone il popolo si forma grazie a una societas iuris, dove il diritto è inerente, non preesistente alla societas, cioè all'accordo che riunisce gli uomini in una comunità; esso è organizzato in senso gerarchico dai più ai meno abbienti nei comizi centuriati ed esercita il potere di scegliere i magistrati. In realtà la potestas del popolo riguardava anche l'ambito giudiziario e quello legislativo: qui l'Autrice, sembra avallare l'idea che fino al IV secolo fosse necessaria l'auctoritas patrum per legiferare (125), ma i populares negarono sempre questo precedente, che è con ogni probabilità un'invenzione degli ottimati. Peraltro da Augusto in poi gli imperatori si fecero conferire i loro poteri con una lex de imperio votata nei comizi: è un chiaro riconoscimento che il popolo continuava a detenere tale potestas. In età imperiale e poi nella Chiesa tardoantica il potere del popolo continuò a manifestarsi nelle città provinciali e nelle comunità ecclesiali non più nelle votazioni, ma nella nuova forma delle acclamazioni (ecclesiasticamente dei convicia). La 'democrazia' sopravviveva solo nelle realtà locali. Anche qui una precisazione: a p. 136 l'Autrice contrappone il modello presente di temperanza rappresentato da Cesare secondo L. Aurunculeio Cotta al modello passato di temperanza rappresentato da Scipione l'Emiliano secondo Cicerone: la contrapposizione non è corretta, perché Cotta pone Cesare in continuità proprio con l'Emiliano in un preciso rapporto tra erede e predecessore.
Il capitolo IV (165-197) è dedicato al concetto di libertas. Vi si contrappone la concezione libertaria di alcuni politologi moderni di area anglosassone, che vorrebbero porsi in continuità con la libertà dei Romani, a una libertas che riguardava i soli cittadini e che datava per i patrizi dalla cacciata dei re, per i plebei dalla creazione dei tribuni della plebe e, in seguito, dall'introduzione dell'istituto della provocatio (che l'Autrice a 180 attribuisce alla lex Valeria del 300: la questione è aperta e io preferirei una cronologia anteriore); esisteva d'altronde anche la teorizzazione della servitù volontaria, della sottomissione sia alla maestà delle leggi, sia a padroni in grado di garantire una tranquillità di vita sconfinante nell'apatia (così soprattutto in Sallustio, ma anche in Seneca e Tacito): sono tra le pagine (187-194) più interessanti del volume.
Infine il capitolo V (199-233) è dedicato al concetto di societas. Rispetto all'Altro, nemico (hostis) o ospite (hospes), comunque straniero i Romani manifestarono un'impressionante capacità di accoglienza, che è un unicum nella storia dei grandi imperi; l'Autrice aggiunge tre considerazioni: la prima è che la mentalità romana denota una sorta di narcisismo politico (202), di coscienza infrangibile della propria superiorità etica; la seconda è che perciò l'accoglienza significava assorbimento nel proprio universo valoriale; la terza è che questa omologazione non fu però imposta, perché era richiesta e desiderata dal basso, cioè dall'Altro, una volta conquistato e sottomesso. L'accoglienza non era però indiscriminata: alcune categorie di persone erano giudicate inassimilabili, come i seguaci di Bacco nel II secolo a. C. oppure i cristiani durante il principato: che in questo caso il problema fosse politico e non religioso è affermazione (222) tanto superficiale quanto sbagliata. L'impero tardoantico fondato, come gli imperi successivi, sul principio dell'unità religiosa al posto dell'associazione politica attuata su principi giuridici del principato avrebbe condotto a una drastica chiusura nei confronti dell'Altro: la negatività del fattore religioso nella storia dell'umanità è qui ribadita con estrema durezza.
Ogni capitolo si estende nelle pagine finali alla 'fortuna' medievale e moderna dei concetti trattati con particolare attenzione alla riflessione politologica italiana nell'età dei Comuni e delle Signorie, al pensiero politico francese da Bodin a Montesquieu e all'attuale scienza della politica anglosassone (Q. Skinner, Ph. Pettit). Seguono le Conclusioni riassuntive (235-250) e una Bibliografia selettiva di approfondimento (251-292), in cui mancano stranamente i principali trattati di storia del pensiero politico romano (272).
Nel suo complesso questo libro racchiude importanti pagine su alcuni concetti - cardine della mentalità romana dalle origini a Cicerone con più rapidi excursus sulle epoche successive: l'Autrice è una specialista di storia repubblicana, che ha qui condensato le sue riflessioni sulla natura della politica a Roma con esiti certamente fecondi per il prosieguo della ricerca storica.
Giuseppe Zecchini